Nel discorso della vittoria pronunciato la notte del 25 settembre Giorgia Meloni ha usato la parola “riscatto”, scandendola di fronte ai militanti di Fratelli d’Italia (FdI) che festeggiavano l’esito delle elezioni politiche. “Per tante persone”, ha detto, “questa è sicuramente una notte di riscatto, di lacrime, di abbracci, di sogni, di ricordi”. Quella stessa parola l’aveva usata molte volte in passato, e non a caso.

Poche ore prima di pronunciare quel discorso, per esempio, ospite del Tg2 aveva affermato che, se fosse diventata la prima donna presidente del consiglio, questo avrebbe rappresentato “un riscatto non solo per le donne ma per un sacco di gente che in questa nazione ha dovuto per decenni abbassare la testa”. Lo stesso concetto in altre occasioni lo aveva ribadito con i toni rabbiosi ormai così consueti da spingere perfino il New York Times a scrivere che “il suo stile incalzante e impetuoso è entrato nel panorama politico e culturale italiano”. Era accaduto per esempio a Catania, durante un comizio, alcuni giorni prima del voto: “Sogno una nazione in cui le persone che per tanti anni hanno dovuto abbassare la testa […] possano dire come la pensano e non perdere il posto di lavoro per questo”.

L’uso ripetuto, e soprattutto l’essere stata al centro del primo discorso da vincitrice delle elezioni politiche, è servito a radicare nella parola “riscatto” il senso di quanto stava accadendo, accentuando una spinta identitaria già molto forte nella leadership della destra. Nel discorso della vittoria questa rivendicazione è stata poi ulteriormente rafforzata con il ricordo di “tutte le persone che non ci sono più e che meritavano di vedere questa nottata”. Ignazio La Russa, dirigente di FdI, ha spiegato di aver pensato subito a Giuseppe Tatarella, uno dei padri nobili della destra e di Alleanza nazionale, scomparso nel 1999. È probabile però che Meloni avesse in mente anche altri.

“Conosco ogni nome e ogni storia dei giovani sacrificati negli anni settanta sull’altare dell’antifascismo. Talvolta solo per aver scritto un tema a scuola, e per questo condannati a morte”, si legge nella sua autobiografia – Io sono Giorgia (Rizzoli, 2021) – che è anche un vero manifesto politico. Proprio su “questa violenza, culturale oltre che fisica”, Meloni spiega che è nata la sua “ribellione nei confronti dell’antifascismo politico”. E però aggiunge che proprio in questo si esaurisce il suo rapporto col fascismo. Il richiamo alla memoria di quei giovani morti dunque non è circostanziale ma strutturale, è insomma vera sostanza politica. Dunque significa dire: questa è la radice, noi siamo questa storia. E l’ancoraggio vale a maggior ragione se si considera che l’insieme dei riferimenti culturali di FdI è piuttosto eterogeneo.

Nessuna garanzia

Lo racconta ancora Meloni nelle sue memorie: “In quelle sezioni un po’ catacombali trovavo luci inaspettate. Quei ragazzi nutrivano una curiosità intellettuale che era quasi impossibile trovare a sinistra. Non era raro vederli, severi e scorbutici, leggere Gramsci per poi recitare un verso di Ezra Pound o riflettere sul Ribelle jüngeriano”. E lo racconta anche Filippo Ceccarelli su Repubblica ricordando che alla convention di FdI dello scorso aprile c’era una sala dedicata a quelli che definisce “implausibili antenati del melonianesimo”, con le sagome di cartone “di venti personaggi scelti secondo chissà quali misteriosi criteri: Giovanni Paolo II, Ennio Flaiano, lo scrittore cattolico Chesterton, Jung, Guareschi, Dostoevskij, poi Enzo Ferrari, Hannah Arendt, Tina Anselmi, la qualunquista Ottavia Penna e l’immancabile Pasolini”. E allora è difficile dar torto a Ceccarelli quando conclude che forse “il guaio specifico di Fratelli d’Italia è la persistenza della figura di Mussolini, tanto amata quanto rimossa all’esterno”.

Tuttavia, proprio le parole scelte da Meloni cercano di sciogliere questo nodo, e forse ci riusciranno. Perché – ed è questo il dato politicamente più interessante di queste elezioni – per la prima volta un esponente della destra radicale arriva al potere senza bisogno di appoggiarsi a garanzie moderate offerte da altri.

Di quella garanzia ebbe bisogno Gianfranco Fini, quando era ancora segretario del vecchio Movimento sociale italiano (Msi), prima di trasformarlo in Alleanza nazionale nel congresso di Fiuggi. Era il 1993 e l’allora imprenditore non ancora politico Silvio Berlusconi, inaugurando un centro commerciale a Casalecchio di Reno, rispose: “Certamente sceglierei Fini”, ai giornalisti che gli chiedevano chi preferisse tra i due sfidanti a sindaco di Roma tra Fini, appunto, e Francesco Rutelli. Con quella frase si chiuse un’epoca, e si aprirono le porte dell’arco costituzionale italiano ai postfascisti.

Poi andò che negli anni successivi Fini definì il fascismo “male assoluto”. Meloni, invece il fascismo lo liquida apparentemente senza troppi rimpianti, usando anche la sua giovane età come scudo, eppure non manca mai di mantenere vivo un collegamento tra quella storia e la sua, anche se questo le serve per affermare l’origine ma non lo sbocco della sua azione politica. Ed è qui che offre agli avversari un punto debole, anche se è vero, come ha scritto Flavia Perina sulla Stampa, che la generazione alla quale appartiene “ebbe i primi incarichi politici in una destra che aveva già passato Fiuggi (datata 1994: la Meloni aveva 17 anni) largamente sdoganata e già vincente in molti territori”. Così, Meloni “non ha mai vissuto il senso di minorità ed esclusione che angosciò i padri o i fratelli maggiori né ha mai sentito come una necessità la riabilitazione democratica. Era cosa già fatta, l’aveva fatta Gianfranco Fini”.

Meloni insomma da un lato prova a mostrarsi libera: libera dal passato e libera nel presente. Dall’altro non sembra però essere libera fino in fondo. E questo risulta evidente in molte circostanze. Per esempio nella rivendicazione degli “eroi di El Alamein”, indicati insieme al risorgimento e alle trincee della prima guerra mondiale – “lì dove il sangue degli italiani si mischiò diventando un unico indissolubile” – come gli elementi fondativi di un “fortissimo senso della comunità nazionale” degli italiani. Meloni dimentica però di spiegare la ragione che aveva portato l’esercito italiano a combattere in Africa nel 1942 insieme all’alleato nazista, sul fronte opposto rispetto alle forze che insieme ai partigiani riportarono la democrazia in Italia. Manca insomma una trasparente resa dei conti con la radice culturale alla quale si richiama.

Noi, sembra dire Meloni, siamo diversi. Giochiamo un’altra partita

Lo si capisce anche dal linguaggio utilizzato nei suoi discorsi, che è spesso fortemente recriminatorio e percorso da una vena di vittimismo che sembra servirle ad autoassolversi da quel passato, peraltro così lontano e mai vissuto in prima persona. “Agli occhi del pensiero unico dominante io sono una bigotta. Un’impresentabile oscurantista, che si aggira minacciosa nel tentativo di mettere al rogo chiunque voglia favorire il progresso”, si legge nella sua autobiografia. E ancora: “A me capita spessissimo di essere banalizzata, o ghettizzata da certa intellighenzia per le cose che dico, indipendentemente dal come e dal perché lo dico”. Oppure: “Quando la sinistra ti liscia il pelo e si complimenta con te per le tue posizioni ‘presentabili’, vuol dire che stai sbagliando qualcosa. È la ragione per la quale io ci tengo a non piacere a quella gente”. E infine, ma si potrebbe andare avanti ancora a lungo: “La loro ostilità è per me come una stella polare che mi conferma che la rotta è quella giusta”.

È un linguaggio che, applicato al potere, appare davvero inquietante, perfino pericoloso. Lo diventa a maggior ragione se è accompagnato da una forte necessità di riscatto politico e sociale che una parte dei militanti di estrema destra potrebbe interpretare come una sorta di liberi tutti. Qualcosa di simile accadde, per esempio, quando Gianni Alemanno venne eletto sindaco di Roma e fu accolto dal saluto romano dei suoi sostenitori sulla piazza del Campidoglio. Ma basta anche soltanto leggere certi titoli che in questi giorni hanno aperto i quotidiani vicini a Meloni per rendersi conto del clima che potrebbe affermarsi nel paese.

Un’idea diversa di società

È su questo terreno, quello delle ambiguità e delle opacità nell’incrocio tra passato e presente, che i suoi avversari hanno provato a sfidarla durante la campagna elettorale. Ma lo hanno fatto riducendola a una macchietta fascistoide, senza considerare il resto. Senza prenderla sul serio. Come accadde con Silvio Berlusconi. E hanno perso ancora.

Non si è considerato, per esempio, che “Meloni è uomo di partito, donna di partito. Il che comporta qualche minima garanzia”, come ha scritto Giuliano Ferrara. Certo, “nutre idee odiose, vecchie o almeno molto stanche”, ha aggiunto, “ma le nutre di lealtà alla cordata e ai suoi simboli di partito. A occhio, non dovrebbe dare ordini che fanno discutere”. Forse Ferrara è ottimista, ma è certamente vero che Meloni, nonostante la sua giovane età, è espressione di un modo di pensare la politica che strutturalmente è molto simile a quello dei vecchi partiti popolari della prima repubblica, sostituiti negli anni novanta del novecento da apparati snelli, al servizio dei leader e senza più idee da mettere in comune. Meloni invece è portatrice di un’idea di società, e di un orizzonte politico, quasi si potrebbe dire di una ideologia. E questo la rende molto pericolosa per il centrosinistra.

La destra a cui si rifà è la destra repubblicana più che quella repubblichina. “Arrivo nel mio nuovo ufficio”, scrive nella sua biografia, “e mi chiudo dietro la porta. Il cuore mi batte forte, ma non sono mai stata tanto lucida come in questi istanti. Quello stesso ufficio una volta era di Gianfranco Fini e, prima di lui, di Pino Rauti e Giorgio Almirante. Rimango in silenzio, e a un tratto mi rendo conto dell’enorme responsabilità che mi sono assunta. Ho raccolto il testimone di una storia lunga settant’anni”. “Responsabilità”, scrive. Ed è un’altra parola chiave.

“Questo è il tempo della responsabilità”, ha scandito Meloni nel discorso della vittoria, pronunciato nella notte del 25 settembre. La responsabilità che sembra immaginare come guida per l’azione futura di un suo eventuale governo poggia, come detto, sul riscatto di una storia passata. Ed è su queste basi ideologiche che FdI eventualmente discuterà con gli avversari politici, se la gravità della situazione italiana ed europea lo rendesse necessario. Si può discutere, insomma, ma deve essere chiara la matrice culturale dalla quale ciascuno parte. Che non è quella del progetto berlusconiano di società, come tutto sommato accadde a Fini. Noi, sembra dire Meloni, siamo diversi. Giochiamo un’altra partita. E allora l’essere rimasti all’opposizione in questi anni sarà stata una furbata tattica, ma ha anche la profondità di una scelta strategica.

Il vero disegno della destra, come ha scritto Ezio Mauro su Repubblica, è infatti un cambio di sistema. E in ciò appare evidente la differenza di spessore politico con la Lega di Matteo Salvini. Tra i nemici di Meloni, scrive Mauro, c’è “la burocrazia di Bruxelles, che secondo la destra vuole imporre alle nazioni il codice dei princìpi liberali nei diritti, nelle istituzioni, negli atti di governo, cioè il canone occidentale. Mentre i partner di Fratelli d’Italia, come Orbán, stanno sperimentando da anni un modello di democrazia illiberale e neo-autoritaria, che gli autocrati considerano più adatto ai tempi di crisi. Ma attraverso questa strada si arriva al vero disegno della destra, che è un cambio di sistema”.

Ciò significa, sempre secondo Mauro, “non solo una diversa declinazione della democrazia, con una scelta a-occidentale nei valori e nei diritti compensata dalla lealtà atlantica nell’alleanza militare con gli Stati Uniti: ma il superamento di quel legame repubblicano delle origini tra la resistenza, la costituzione, le istituzioni e la repubblica che è un disegno coerente e unitario, arrivato fin qui”. Oggi, insomma, “finisce l’antifascismo come cultura fondatrice, come impegno e testimonianza che hanno informato la carta e l’ordinamento dello stato, ricordando la tragedia della dittatura. Neutralizzata nella sua cultura di riferimento, la costituzione verrà cambiata attraverso il cavallo di Troia del presidenzialismo”.

Meloni, e il sistema culturale al quale Meloni fa riferimento, rappresentano insomma il potenziale affermarsi al potere di una idea diversa di società rispetto a quella che ha conquistato l’occidente negli anni ottanta, anche sulla scia dell’azione politica della premier britannica Margaret Thatcher. Allora una parte del mondo smise di immaginare alternative possibili e accettò come unico orizzonte possibile quello liberale.

“Negli anni ottanta al capitalismo c’erano ancora delle alternative, almeno a parole”, ha scritto Mark Fisher nel suo saggio Realismo capitalista. Da qualche tempo siamo di fronte a un “profondo e pervasivo senso di esaurimento, di sterilità culturale e politica”. Le crisi insomma hanno aperto uno spazio per il cambiamento. Ed è in questo spazio – uno spazio che la sinistra ha scelto di non occupare, inseguendo le idee di un altro premier britannico, Tony Blair – che questa nuova destra potrebbe radicarsi per imporre il proprio progetto culturale.

Poi, certo, Meloni potrebbe fallire, poiché la prova del potere è spietata e dovrà fare molti compromessi, a partire da quelli che le imporranno i suoi stessi alleati. Ma ciò che Meloni rappresenta andrebbe preso sul serio per quello che è, se lo si vuole combattere, senza fermarsi a certi aspetti caricaturali del suo personaggio. Altrimenti la partita per la sinistra è finita prima di cominciare.