Le elezioni ci sono già state. E le camere sono in buona parte già formate. È accaduto tra le 8 del 21 agosto e le 20 del giorno successivo, quando sono state depositate candidature e liste, mai così chirurgicamente costruite attorno ai nomi di chi si è deciso debba entrare in parlamento. A stabilirlo sono stati i leader dei partiti, naturalmente. E poi i capi corrente e qualche notabile, se abbastanza forte da far pesare la propria voce. Quanto agli elettori, più che scegliere i propri rappresentanti, il 25 settembre si limiteranno per lo più a ratificare una decisione già presa da altri.

Non è una novità. Non in senso assoluto, almeno. Ma mai era accaduto in maniera così evidente. “I partiti sono sempre stati famelici, nel tentativo di scippare agli elettori il potere di decidere chi debba sedere in parlamento. Ma stavolta hanno passato il segno”, ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera. Se questo è potuto accadere, la ragione è da ricercare almeno in parte nel sistema con il quale si andrà a votare.

La legge prevede che i tre ottavi dei seggi di camera e senato – un terzo circa del totale: 147 alla camera e 74 al senato su un totale di 600 parlamentari – siano attribuiti in collegi uninominali con sistema maggioritario, e quindi vadano a chi prende almeno un voto in più dell’avversario. Gli altri sono assegnati in collegi plurinominali con sistema proporzionale, e quindi in base ai voti ottenuti dalle liste con le quali i candidati si sono presentati. Ma qui si voterà su listini bloccati, e dunque su nomi proposti in blocco dai partiti, senza che l’elettore possa esprimere una preferenza. Né è possibile il voto disgiunto, cioè votare per un candidato di un partito al maggioritario e votare per un altro partito al proporzionale. Inoltre, la scheda è unica per ciascuna camera, maggioritario più proporzionale.

Insomma, prendere o lasciare. Per di più, le analisi che sono circolate in queste settimane dicono che i collegi del maggioritario in cui il risultato è incerto sono davvero pochi, soprattutto dopo la rottura del patto tra Azione e Pd. E, come suggerisce una simulazione sviluppata da Youtrend e Cattaneo-Zanetto & Co, gran parte di questi si può già attribuire alla destra, a meno che i sondaggi non si sbaglino completamente. Dunque, già da tempo è possibile individuare con ragionevole approssimazione, e a meno di sorprese clamorose, buona parte dei collegi in cui ciascuna forza politica eleggerà i propri parlamentari. Il risultato è nel paradosso che Fabio Martini ha descritto sulla Stampa: “Nei prossimi trentadue giorni tutti i leader continueranno a scambiarsi fiammeggianti invettive, ma nel frattempo la competizione per la scelta dei parlamentari si è già chiusa”.

Ma non è ancora tutto. Il prossimo è infatti il primo parlamento per il quale varrà la riduzione del numero dei parlamentari approvata nel 2019 e confermata con referendum costituzionale l’anno successivo. Alla camera si passerà da 630 deputati a 400, al senato da 315 senatori a 200. In totale si tratta di 600 parlamentari: ben 345 in meno del parlamento attualmente in carica. E questo ha complicato ulteriormente la situazione. Basti pensare al fenomeno che Stefano Cappellini su Repubblica ha definito “nomadismo politico”.

È il caso, per esempio, di quei politici che vengono candidati in un collegio elettorale diverso dal proprio per essere certi di essere eletti. “In queste ore è come se i cieli d’Italia fossero pieni di paracadute aperti e aspiranti deputati e senatori in discesa controllata verso terre più o meno ignote”, ha scritto ancora Cappellini. E ciò significa che il 25 settembre gli elettori non soltanto saranno chiamati a ratificare scelte per lo più già fatte da altri, ma che si indebolirà anche il rapporto tra parlamentari e territorio. Così, nel prossimo parlamento deputati e senatori finiranno per rappresentare più il potere che li ha scelti che il territorio che li ha eletti. E forse non a caso in questi ultimi anni la risposta degli elettori al consolidarsi di questi processi è stata una sempre più massiccia astensione.

Per questa strada si continua a indebolire la dimensione comunitaria della politica

Peraltro, gli stessi leader politici in qualche caso si sono candidati lontano dal proprio territorio. Alcuni di loro hanno anche scelto di evitare i collegi uninominali del maggioritario, che possono presentare qualche insidia. I nomi di Enrico Letta, Matteo Salvini, Giuseppe Conte e Matteo Renzi per esempio saranno presenti solo nei listini bloccati del proporzionale. Silvio Berlusconi, Carlo Calenda, Luigi Di Maio, Angelo Bonelli e Giorgia Meloni correranno invece anche in un collegio maggioritario, ma senza rinunciare alla sicurezza offerta dal proporzionale, anche se per qualcuno la scelta di candidarsi anche in altri collegi proporzionali nasce invece dalla volontà di calamitare qualche voto in più per il partito.

Come detto, non si tratta di fenomeni nuovi. Ma le leggi elettorali di volta in volta adottate riescono a spiegarli solo in parte. Più in generale, si tratta invece dell’esito di un processo di personalizzazione della politica che negli ultimi trent’anni ha progressivamente consegnato il potere nelle mani dei vertici delle organizzazioni che hanno sostituito i partiti popolari. Certo, anche nel dopoguerra e fino agli anni novanta del novecento il potere dei partiti poteva risultare eccessivo. E non a caso si parlava in quell’epoca di partitocrazia. Tuttavia, la presenza di strutture democratiche che dal territorio risalivano fino alle segreterie, e la celebrazione dei congressi nazionali, avevano reso per decenni il potere più orizzontale e diffuso di quanto lo sia oggi.

All’inizio degli anni novanta però tutto cambia. I partiti popolari vengono sostituiti da organizzazioni più leggere, in tutto simili a comitati elettorali costruiti attorno alla figura del leader. Il collante che tiene insieme il gruppo non è più un’idea di società ma la fedeltà al capo. Non può stupire, allora, che i leader abbiano usato, e usino sempre di più, anche la composizione delle liste elettorali per modellare il corpo dei partiti su se stessi. E, se lo schema è questo, si capisce anche come mai, almeno per ora, la campagna elettorale, al netto dello scontro personale tra i leader, stia vivendo soprattutto sul dibattito attorno alle regole delle istituzioni. La discussione sul presidenzialismo è lì a dimostrarlo. Pare scomparsa invece la società.

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Per questa strada si continua a indebolire la dimensione comunitaria della politica, mentre la vecchia militanza da tempo è affiancata, se non del tutto rimpiazzata, dalla rappresentanza di un interesse prima di tutto individuale. Si spiega anche così il numero e la qualità delle reazioni spesso scomposte di molti politici alla mancata ricandidatura, o alla candidatura in collegi non graditi perché ritenuti difficili. Si spiega così soprattutto la pubblicità che alcuni di loro in questi giorni hanno ritenuto di dover dare alle proprie lamentele, convocando conferenze stampa o rilasciando interviste contro il proprio stesso partito, pur essendo stati comunque ricandidati. E si spiega in questo modo anche la scelta di chi ha annunciato l’addio al partito per traslocare subito altrove. E anche questi, pur non essendo fenomeni nuovi, hanno assunto adesso dimensioni inaudite.

Purtroppo, tra le conseguenze di questa sempre più radicale personalizzazione della politica c’è anche la pessima campagna elettorale alla quale gli italiani stanno assistendo, tra le peggiori che si ricordino. D’altra parte, sarebbe stato da ingenui aspettarsi qualcosa di diverso da candidati allevati in partiti che, strutturalmente incapaci di elaborazione politica, da trent’anni hanno finito per ricostruire la propria identità contro gli avversari e non su nuove idee.
Manca ancora un mese al voto, e già si è arrivati a scavare sul fondo dell’abisso, quando perfino il video di uno stupro è diventato terreno di campagna elettorale. L’unica speranza è che le prossime settimane trascorrano senza troppi danni.