C’è una parte del sistema istituzionale che sui diritti funziona: è quella affidata ai tribunali. In questi anni, interpellati da cittadini che chiedevano il riconoscimento di un diritto, i giudici hanno risposto. Ha risposto la magistratura ordinaria, così come hanno risposto la corte di cassazione e la corte costituzionale. Spesso è stata affermata la tutela costituzionale del diritto reclamato, anche quando quel particolare diritto non era ancora regolato da leggi. A volte i giudici si sono sostituiti al legislatore, quando hanno potuto allargare attraverso l’interpretazione l’applicazione di alcune norme. Ma non è stato sempre possibile, poiché di solito un magistrato può decidere solo sulla base di una legge. E sul terreno dei diritti le leggi spesso ancora mancano. Da qui la richiesta di provvedere che la corte costituzionale ha rivolto più volte al parlamento. Nel frattempo il dibattito pubblico si è fatto via via più acceso, soprattutto sul fine vita e sui diritti delle persone lgbt+.

Nonostante tutto ciò, il parlamento spesso non è stato in grado di rispondere alle molte aspettative dei cittadini e agli inviti della corte costituzionale. D’altra parte la politica in questi ultimi trent’anni, quelli della cosiddetta seconda repubblica, ha smesso di produrre ed elaborare idee, dedicandosi soprattutto a rappresentare interessi, e per questo è stata sempre meno capace di trovare risposte alle domande che di volta in volta sono emerse dalla società, limitandosi alla semplice gestione del potere.

Sui diritti in particolare il paese è quindi precipitato in una condizione di arretratezza tale che a molti è parsa una conquista anche la legge che dal 2016 “istituisce l’unione civile tra persone dello stesso sesso”, come si legge nel primo comma del suo articolo 1. Eppure quella stessa legge, nel riconoscere una sorta di diritto diminuito ad alcuni cittadini individuati sulla base del loro orientamento sessuale, di fatto li discrimina, escludendoli da diritti riconosciuti ad altri per il solo fatto di essere cittadini.

Questo lassismo della politica sui diritti ha costretto la magistratura a una supplenza che ha contribuito ad alterare l’equilibrio tra i poteri dello stato, e in particolare il rapporto tra potere legislativo e potere giudiziario. D’altra parte, un giudice se interpellato deve rispondere. Lo stesso principio non vale per la politica. Difficile quindi accusare la magistratura di volersi sostituire al legislatore. Piuttosto, dovrebbe essere la politica a recuperare la parola, trasformandola in leggi. Anche perché la via giudiziaria ai diritti per lo più dà soluzioni a singoli casi, e dunque non afferma e garantisce un diritto valido per tutti i cittadini, come invece farebbe una legge. Né un giudice può spingersi oltre il limite assegnato dalle norme o determinato dall’assenza di norme, ad esempio quando non sia possibile riempire un vuoto legislativo neppure per via interpretativa. Ma soprattutto le sentenze dei giudici non possono rimediare all’enorme discredito gettato sul parlamento dall’incapacità conclamata ormai da molto tempo della politica di dare risposte ai cittadini.